martedì 27 settembre 2016

Guida agli esorcismi

Tra tutte le pratiche religiose, quella dell’esorcismo è una delle più vociferate e, forse, delle meno conosciute. Gran parte delle persone, fedeli compresi, sa dell’esorcismo solamente quel che gli giunge da film e filmetti, spesso di assai dubbia qualità.
La copertina del libro.
Chi volesse approfondire la questione potrebbe cominciare con la lettura della “Guida agli esorcismi” di Giulio Abate, curata per la Fratelli Melita Editori da Corax (sul conto del quale non ho trovato notizie).
L’esorcismo è una pratica antica e fondamentale nella Chiesa Cattolica (sia Romana che Ortodossa). Con le dovute pratiche rituali, l’esorcista caccia le presenze oscure e ristabilisce uno stato di purezza e di grazia. Non si tratta solo della cacciata di demoni e spiriti maligni dal corpo dei posseduti, ma di una serie ben più ampia di casi. Partiamo con la suddivisione degli esorcismi in due blocchi:

Quelli adoperati dalla Chiesa cattolica sono di due specie: gli ordinari e gli straordinari. I primi si usano prima di amministrare il battesimo e nella benedizione dell’acqua; i secondi per liberare gli ossessi.[1]

E non solo la benedizione dell’acqua può essere ritenuta un esorcismo, ma qualunque benedizione, essendoci, alla base di questa pratica, proprio la necessità del cacciare ciò che è impuro e maligno. Si cita qui la benedizione dell’acqua perché essa ricopre un’importanza particolare, essendo l’Acqua Santa uno strumento utilizzato nelle altre benedizioni e negli esorcismi. La formula stessa per benedire l’acqua dimostra la natura di questo rituale:

Io ti esorcizzo creatura dell’acqua, + in nome del Dio il Padre Onnipotente, + in nome di Gesù suo figlio N. Signore, + e nella virtù dello Spirito Santo: affinché tu divenga acqua esorcizzata che dissipa ogni potenza del Nemico, e possa soppiantare il Nemico con i suoi angeli apostati: per la potenza di N. S. Gesù Cristo che deve venire a giudicare i vivi e i morti e purificare il mondo col fuoco. Così sia.[2]

Questa la versione più breve contenuta nel testo. Per chi volesse un rituale completo di preparazione dell’acqua santa, in latino e italiano, esso è scaricabile a questo link: Rituale di benedizione dell’acqua. Questo rituale è tratto dai riti pre-conciliari della Chiesa Romana. Il Concilio Vaticano II ha, infatti, modificato gran parte dei riti, facendo ben più che una semplice traduzione nelle varie lingue, spesso eliminando cose importanti in nome di un progressismo mal interpretato e mal applicato.  

Il libro consta soprattutto delle ritualità cattoliche (purtroppo solo in italiano). L’autore ha però aggiunto una prima parte che tratta alcuni temi fondamentali riguardo l’esorcismo.
Tanto per cominciare egli definisce in modo netto la differenza tra gli esorcismi praticati nel cristianesimo (e nel cattolicesimo in particolare) e quelli delle altre religioni. Come i malefici sono diffusi in ogni luogo e cultura, così ogni religione ha istituito la pratica esorcistica per scongiurare i malefici stessi. Nel mondo antico si hanno moltissimi esempi di pratiche simili. Nelle religioni pagane, magia e religione si fondevano in un solo corpus e il sacerdote era spesso (se non sempre) anche mago, stregone, indovino… E qui giungiamo al punto più importante: queste religioni non cacciavano i demoni, non li rigettavano nell’immondezza da cui vengono, ma avevano con loro un rapporto di “utilizzo” di certe facoltà che spesso sprofondava in un vero e proprio mercimonio. I demoni venivano quindi evocati e congedati per gli scopi dello stregone di turno.
È con l’ebraismo che le cose cominciano a cambiare, che i demoni vengono rimessi al loro posto. I sacerdoti ebrei non sono stregoni e rifiutano queste pratiche idolatriche.
Solo il cristianesimo però porterà finalmente a compimento la strada intrapresa, portando nel mondo la redenzione dei peccati, il pentimento purificatore e il perdono. Questi elementi mettono l’esorcismo nella sua giusta dimensione di pratica per cacciare e combattere i demoni e guarire lo spirito (e non solo) dell’uomo. Solo grazie alla venuta del Cristo e alla sua potenza l’esorcismo diviene reale, interiore, cacciando l’impurità e il male, e non solo un “congedo” del tutto esteriore come nelle pratiche pagane:

L’entità malefica non è tanto «esteriore» all’uomo come nel passato, quando solo pochi sapienti potevano comprendere certe cose; essa non è quasi più una forza a lui estranea, ma è vista come un’oggettivazione del suo stesso essere, una raffigurazione delle potenze di orgoglio, di lussuria, di invidia, di odio che, da una parte, sono appunto i vizi e i peccati stessi dell’individuo umano, ma che, d’altra parte, in quanto potenze da cui l’uomo è spesso travolto suo malgrado, a dispetto di certi suoi sforzi, assumono un carattere anonimo e cosmico per il quale possono essere assimilate a entità demoniache.[3]

E ancora:

Né l’Antichità né l’Oriente hanno mai conosciuto il «pentimento», il «dono delle lacrime», nel senso del termine greco «métanoia», e quindi non avrebbero potuto capire quale germe deificante essi racchiudono. [ … ]
Anche nell’Esorcismo antico la lotta col demone è puramente esteriore: non è una vittoria riportata dall’uomo, definitiva e profonda; è piuttosto una sospensione dell’azione di certe influenze malefiche grazie alla conoscenza di poteri che permettono tale risultato temporaneo o contingente.
Negli Esorcismi cristiani, [ … ], si contengono tutti quegli elementi, la cui messa in pratica, a parte il risultato contingente ricercato, come per esempio la guarigione di una malattia, la liberazione di un maleficio ecc.; pone l’individuo, a sua insaputa generalmente, nelle condizioni fondamentali della Redenzione cristica, che sono il pentimento e la fede nel Dio «persona», nel Dio Vivente.[4]

Non si pensi però che l’autore condanni la magia in blocco, senza nessun distinguo. Egli riconosce il valore della magia tradizionale, magia usata per il bene e per ottenere un contatto col divino (quella che, aggiungiamo noi, è la Teurgia del mondo cristiano) o di quella che studiava il mondo e le sue leggi (quella “magia naturale” che oggi la scienza ha per lo più rimpiazzato). Egli condanna il maleficio, che esclude dal novero delle pratiche della magia tradizionale:

Il maleficio però non può considerarsi come facente parte del complesso rituale della magia tradizionale, ma dei suoi residui, in altri termini della stregoneria.[5]

E tale residuo è presente anche oggi:

Con l’avvento della nuova «dimensione» spirituale cristiana, le religioni tradizionali persero forza e con esse, necessariamente, la stessa Magia, che faceva parte integrante di quelle civiltà. Si può dunque dire che oggi, in Occidente, specie nelle campagne, questa Magia sia sopravvissuta a se stessa, sotto l’aspetto di vestigia più o meno informi ed incomprese, ma sempre capaci di dare qualche risultato effettivo, e che sia caduta al livello della più bassa stregoneria.[6]

E la pratica di malefici e incantesimi vari è cosa ben più diffusa di quanto si creda, il che rende attualissimo il discorso dell’esorcismo. Va detto, però, che non tutta la magia popolare è demoniaca e malefica. Esistono una serie di pratiche di guarigione di alcune malattie (le celebri “segnature” contro le verruche o le scottature) o di scongiuro contro la tempesta e altri fenomeni distruttivi, che sono fatte invocando l’aiuto di Cristo, della Vergine Maria, Madre di Dio, e dei Santi. Del resto anche tra i riti esorcistici cattolici ne esistono proprio per questi scopi, il che ci porta a dire che tali formule non sono altro che la versione popolare (spesso dialettale) degli esorcismi stessi. Una precisazione, questa, a nostro parere necessaria.

Altro argomento di grande importanza è quello sulle condizioni necessarie per praticare gli esorcismi. Sono tanti i filosofi e gli esoteristi che si sono occupati della faccenda, disquisendo su quali caratteristiche dessero l’”autorizzazione” alla pratica di questi o quei rituali iniziatici o religiosi. E proprio su questo si basa il fiorire di patenti e documenti (spesso, ahimè, di dubbio valore) nel mondo iniziatico.
Per quanto riguarda gli esorcismi l’autore pone delle condizioni morali e spirituali (oltre a quella, non detta perché scontata, di essere cristiani e battezzati):

In linea generale, non si può lottare sul piano sottile, così pieno di insidie e di sorprese, contro le potenze dell’astuzia e della paura senza essere puri nelle intenzioni e nelle azioni, senza aver prima pagato i propri debiti verso l’amore creativo di Dio e verso i propri simili, senza aver adempiuti, nei limiti delle possibilità umane, i due comandamenti del Cristo: «Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutti i tuoi pensieri e con tutte le tue forze»; e l’altro, che ne è il complemento: «Tu amerai il prossimo tuo come te stesso».[7]

Il che però crea un problema non da poco, ovvero la scarsità di persone “pure”. Un problema che si risolve ricorrendo alla potenza della Chiesa (quella Santa Cattolica e Apostolica del Credo, non quella terrena e divisa) che attraverso la catena della Successione Apostolica dà potere all’esorcista e lo protegge. L’uomo, una volta ordinato sacerdote, smette di essere un semplice individuo e diviene strumento del potere della catena stessa, che è manifestazione su questo piano d’esistenza del potere di Dio:

[ … ] l’individuo in essi scompare sotto la funzione e questa protegge l’individualità nella misura in cui la rende anonima; d’altra parte, il clero rende il rito operante in virtù della catena apostolica.[8]

Le condizioni sopra dette sono quindi necessarie se a praticare l’esorcismo è un laico. Questi, infatti, non avendo la forza dell’ordinazione deve, per riuscire a cacciare i demoni, essere puro e virtuoso. Se non degno dell’appellativo di Santo, egli deve possedere almeno le caratteristiche di “virtù eroica” del Beato, perché il maligno cerca di difendersi facendo leva proprio sui difetti e sui vizi dell’esorcista. Proprio per questo, la Chiesa, pur non negandone la possibilità, scoraggia gli esorcismi praticati da laici.

“Guida agli esorcismi” è un testo adatto a chi voglia cominciare lo studio di questo argomento o a chi abbia solo una curiosità in merito. Non ci si può certo improvvisare esorcisti sulla base di quanto contenuto in esso. Tanto per cominciare, i rituali sono pubblicati solo nella traduzione italiana, mentre quelli operativi sono in latino. Credo che tale scelta sia stata fatta proprio per evitare che il testo fosse usato come “manuale dell’esorcista fai da te”. Inoltre, per quanto contenga le istruzioni più importanti e i concetti basilari, il libro si limita all’argomento dell’esorcismo in senso stretto, senza trattare tutta la dottrina di cui tale pratica è solo l’applicazione. In particolare non si tratta la demonologia, argomento che un esorcista, per ovvie ragioni, deve conoscere. A tal proposito si possono, al massimo, intuire alcune cose dalla lettura dei rituali stessi. In diverse occasioni, infatti, l’esorcista si rivolge al demonio ricordandogli la sua caduta e definendolo con una serie di epiteti che ben ne descrivono l’azione:

[ … ] Satana, Malfattore dei malfattori, Distruttore della fede, Nemico del genere umano, Seminatore di morte, Ladrone di vita, Deviatore della giustizia, Sorgente di ogni male, Focolare di tutti i vizi, Seduttore degli uomini, Traditore delle nazioni, Eccitatore di gelosia, Padre dell’avarizia, Causa di discordia, Mantenitore di pene, Maestro nel Male [ … ].[9]

E ancora:

Per te e i tuoi ministri è preparato quel fuoco divorante e inestinguibile, poiché tu sei il Principe del maledetto Omicida, l’Autore dell’Incesto, il Capo dei Sacrilegi, il Capo-Mastro di tutte le Perversità, il Dottore degli Eretici, l’Inventore di tutte le Oscenità.[10]

Concludo ricordando l’importanza del tema del male e delle sue potenze per chiunque segua una via spirituale. Sono temi difficili sui quali il mondo moderno, sempre più tristemente materialista, getta il ridicolo mettendo la demonologia e l’esorcismo in burletta e sottovalutando la pericolosità di pratiche come la stregoneria o le sedute spiritiche. E tutto ciò va a favore proprio di quel signore della perdizione che l’esorcismo combatte. Perché, come diceva Charles Baudelaire, la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste.

Emanuele Balsamo



[1] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagina 12.
[2] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagina 121. Il simbolo “+” indica la necessità di fare il Segno di Croce.
[3] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagina 7.
[4] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagina 8.
[5] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagina 5.
[6] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagine 5 – 6.
[7] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagina 17.
[8] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagina 17.
[9] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagine 91 – 92.
[10] Giulio Abate, Guida agli esorcismi, Fratelli Melita Editori, 1992, pagina 97.

venerdì 16 settembre 2016

Gli illuminati nella società umana

Tutti i lettori di questo blog conosceranno Louis Claude de Saint-Martin. Molti avranno letto “L’uomo di desiderio” o qualche altra sua opera. Pochi però conosceranno, probabilmente, “Gli illuminati nella società umana”, opera “minore” del Filosofo Incognito riguardante la società e le sue istituzioni.
Il periodo in cui visse l’autore fu uno dei più turbolenti sul fronte politico per la
La copertina del libro.
Francia e per l’Europa. Il Saint Martin fu testimone, infatti, della rivoluzione francese e attento osservatore dei fatti e delle idee a essa legati.
Nel suo breve trattato egli affronta un tema fondamentale: il principio base che regge ogni umana associazione. Partendo in gran parte dalla critica alle tesi sul “contratto sociale” di Jean Jacques Rousseau, egli dimostra che alla base di tutto c’è quel principio divino da cui l’Uomo si è distaccato e cui deve tendere nella sua vita, allo scopo di reintegrarsi con Lui e in Lui. Il contratto sociale così come Rousseau l’intende non può, per il Filosofo Incognito, sussistere. Esso infatti manca della forza vitale che solo il ricordo della Grazia perduta può infondere. È assurdo pensare che la società sia nata da uomini selvaggi e animaleschi, solitari nelle loro abitudini di vita e soggetti a ogni legge della natura, allo scopo di avere maggiori vantaggi pratici rinunciando a parte della propria libertà. Un simile pensiero è puramente astratto, privo di fondamento nella realtà. Inoltre è lo spirito a guidare l’uomo verso il progresso sociale e verso il bene e non certo l’utilità materiale. E l’approccio materialista di molti suoi contemporanei è aspramente criticato e visto come frutto della degenerazione dell’essere umano dal suo stato naturale di uomo-spirito:

Senza preoccuparsi di sapere se l’uomo sonnecchia o meno in un abisso, essi hanno scambiato le agitazioni convulsive della sua situazione dolorosa per i movimenti naturali di un corpo sano che gode liberamente di tutti i principi della sua vita: ed è con questi elementi caduchi e tarati che hanno voluto formare l’associazione umana e costituire l’ordine politico.[1]

Il governo di un paese non può essere quindi materialista e improntato al banale e basso interesse materiale se si vuole che esso agisca secondo giustizia e per il bene degli uomini. Il buon governo non potrà che essere teocratico. Non si fraintenda, però, questo termine che il Saint-Martin, come si evince dalla lettura, non intende come forma di governo basata su una particolare religione e sulle sue leggi morali specifiche. Allo stesso modo egli non potrebbe essere più lontano dal volere un regime ierocratico (un “governo dei preti”). Per governo teocratico, egli intende un governo guidato dai veri principi spirituali, un governo di uomini che tendano alla reintegrazione dell’Uomo nel suo stato iniziale e che traggano quindi l’ispirazione delle proprie azioni e delle proprie idee dal Principio Primo stesso. Solo in questo modo il governo potrà davvero tendere al bene e promulgare leggi dal valore universale.
Quale che sia la nostra opinione politica, il trattato ha degli spunti di riflessione di grande attualità. L’attacco al becero materialismo è sicuramente valido in un momento storico come il nostro che vede regnare solamente l’iniquo interesse economico. Su molti punti il Filosofo Incognito si rivela ben più moderno e progredito di molti pensatori del XXI secolo che si spacciano per tali.
Egli si scaglia contro la pena di morte, ritenendo che l’uomo non abbia il diritto di togliere la vita, visto che non può ridarla. Per l’autore la pena, infatti, deve essere data in funzione di una riabilitazione del criminale che tramite la pena stessa dovrebbe prender coscienza del suo errore e reinserirsi nel consesso della gente onesta. La pena di morte vanifica tutto ciò, rendendo impossibile ogni riabilitazione e dimostrandosi, di conseguenza, inutile:

Sicuramente una delle regole più incontestabili della giustizia sarebbe che le pene afflittive che i legislatori umani si permettono di infliggere non portassero via per sempre al criminale, ciò che gli potrebbe essere reso se questi venisse a profittare della punizione e rientrasse quindi nelle vie dell’osservanza delle leggi.
[ … ] Non avendo il potere di rendergli la vita essi dovrebbero sentire che non hanno neppure il potere di togliergliela, perché questa pena non è più una punizione ma una distruzione che diviene inutile per il colpevole e che non è neppure di alcun profitto per i malvagi che ne sono testimoni.[2]

Interessante a tal proposito l’accenno ad antiche pene capitali inflitte per ispirazione dello Spirito. L’autore si riferisce, con tutta probabilità, ai tanti uomini uccisi per ordine di Dio nelle Sacre Scritture. Per l’autore si tratta di casi diversi da quelli del criminale condannato da un pubblico tribunale. Dio infatti può dare la salvezza e riportare sulla retta via gli esseri umani anche dopo la morte e per questo è Egli solo a poter condannare a morte. Gli uomini di oggi non sono più come quelli di quei tempi e non odono più la voce di Dio. Pertanto non possono arrogarsi un diritto che non hanno:

Per eseguire questi terribili giudizi la giustizia suprema non impiegava sempre immediatamente i flagelli fisici e le potenze della natura; spesso, per velare la sua azione, confidava il suo diritto alla voce ed alla mano dell’uomo che, allora, si trovava legittimamente ed efficacemente dotato di quello che noi chiamiamo diritto di vita e di morte sui suoi simili; diritto che, essendo esercitato solo per ordine da parte di quelle luci che non sono affatto umane, si trova al riparo da qualsiasi rimprovero o critica.
Ma i legislatori umani non hanno trasmesso che le ombre di queste alte verità nella loro giustizia composita ed hanno trasferito quel diritto divino da tutte queste autorità superiori al loro solo potere cieco ed alla loro autorità capricciosa; e con essa hanno deciso, condannato ed ucciso, come se fossero investiti dell’autorità divina, arrivando a sostenere che non erano loro ma la legge a versare il sangue del colpevole.[3]

Tesi che comporta la non-eternità della pena per l’essere umano che muoia “nel peccato”:

[ … ] e siccome le leggi divine sono vive ed esse non possono, dando la morte, separarsi dalla vita che le accompagna, noi non crediamo di sbagliare sostenendo che il colpevole, che paghi il fio dei crimini della sua vita animale, e che entri quindi in una situazione più penosa di quella che ha lasciato, non possa anche, entrandovi con rassegnazione e sperando nella sua fine, godere infine delle vivificanti compensazioni divine.[4]

Tesi che condivido pienamente, non potendo io immaginare un Dio tanto crudele da dare una punizione eterna e infinita per una qualsivoglia colpa finita e temporanea.

Altro punto di grandissimo interesse è quello dei “nomi”, dove con tale termine si indicano quelle forme (nomi, appunto) che divengono idoli nella società, idoli sia di natura religiosa che politica. Molti sono, infatti, i miti che l’uomo crea e in nome dei quali è disposto a sacrificare la dignità, la sicurezza e perfino la vita dei propri simili. Alcuni di essi erano in origine cose buone, derivanti dalla Sorgente Prima, ma nella sua degenerazione l’uomo ha perso la conoscenza della vera natura di queste cose conservandone il solo nome ed ergendolo a oggetto della sua adorazione:

Disgraziatamente le fonti del pensiero malvagio hanno talmente prevalso su quello che restava all’uomo della sorgente pura, che noi non conosciamo alcuna associazione il cui nucleo o centro non sia debole o viziato; e più disgraziatamente ancora, quando i pensieri buoni si sono ritirati dalla casa dell’uomo, egli ne ha conservato i nomi, che però ha scambiato quasi sempre con le medesime cose che avrebbero dovuto rappresentare.
[ … ] Noi biasimiamo molto le nazioni selvagge che immolano vittime umane ai loro idoli: noi biasimiamo gli ebrei che hanno fatto altrettanto con i loro, dopo i falsi esempi che avevano imparato dai loro vicini. Presso questi popoli, indipendentemente dal nome dei loro idoli materiali, vi sono anche nomi di devozione, di patriottismo, di bisogni espiatori mal compresi, di vendetta etc. ed è a questi nomi o all’idea falsa che racchiudono che queste nazioni sacrificano degli uomini, ben più che ai loro idoli materiali, che non possono loro richiedere delle vittime.
Bene! Noi che ci crediamo così fortemente al di sopra degli altri popoli in questo campo, vediamo quante vittime umane abbiamo offerto durante la rivoluzione alle parole di nazione, sicurezza dello stato ecc.[5]

E come non vedere l’attualità di questa denuncia in un mondo dominato unicamente dal denaro e dall’economia? Un mondo in cui si sacrificano migliaia di vite ai novelli Moloc della “crescita economica” e del “mercato” non può che essere in preda di questa specie di malefica idolatria di cui parla il testo. 

Il trattato non giunge a definire una forma ideale di governo. E forse sarebbe stato un controsenso farlo, visto che ogni forma non è che un’illusione dettata da questo mondo degenerato. Nonostante ciò, il Saint Martin fa alcune considerazioni sulle nascenti idee repubblicane. In particolare egli si dimostra piuttosto scettico sullo strumento delle elezioni. Per l’autore esse possono valere nel ristretto ambito dell’amministrazione di cose pratiche, basse e materiali. Ma essendo l’unico governo buono e degno originato direttamente dall’alto, le elezioni non possono essere uno strumento valido in generale[6]. Anche in ciò egli si distacca dal pensiero politico moderno che nasceva in quei momenti. Egli non vedeva un governo eletto come rappresentante della “volontà generale”. Mentre Rousseau definiva la “volontà generale” come l’insieme delle singole volontà delle persone del popolo, e quindi le elezioni come espressione di questa stessa volontà, il Saint Martin negava che nel popolo potesse risiedere una volontà generale. Le persone hanno, infatti, idee diverse, diverse ambizioni e desideri che si riverberano nel disordine dell’umanità. Gli eletti, ammesso che si dedicassero alla soddisfazione dei bisogni degli elettori, non potrebbero comunque agire nell’interesse di tutti, ma solo nell’interesse di una delle parti. La volontà generale, dunque, per l’autore è da identificare con la volontà del Principio Primo a cui tutti gli uomini tendono e che tutti gli uomini desiderano, pur inconsciamente.

L’edizione della casa editrice Jouvence aggiunge al trattato del Filosofo Incognito una breve introduzione del traduttore, il Fratello Mauro Cerulli, dove si spiega in modo sintetico, ma ben strutturato, il pensiero del Rousseau, dalla critica del quale il Saint-Martin parte nelle sue considerazioni. Inoltre è presente una introduzione storica (che occupa, a dire il vero, più della metà del libro) dal titolo “Louis Claude de Saint-Martin e il Martinismo” curata dal Fratello Apis, Gran Maestro dell’Ordine Martinista Egizio. Oltre a una disquisizione su ciò che è il Martinismo e una ben documentata storia dei vari Ordini (francesi e italiani in particolare) il Fratello Apis si spinge in una critica di atteggiamenti, oggi purtroppo assai diffusi, di protagonismo e di ciarlataneria. Sono vari i personaggi che si muovono nel mondo iniziatico e Martinista che se ne dimostrano indegni. Vari sono coloro che fanno proselitismo più per ragioni di egocentrismo (o, peggio, per denaro) che per diffondere la Luce e contribuire all’Opera di Reintegrazione. Senza considerare coloro che si danno a pratiche dubbie e incompatibili con la via martinista, personaggi che rischiano di vanificare con la loro malafede o con la loro ridicolaggine il lavoro duro e serio di molti Superiori Incogniti degni di tale titolo. Riporto a tal proposito solo una piccola citazione:

Possiamo solo aggiungere, come nota folkloristica l’esistenza di sedicenti “Gran Maestri” davvero reclutabili nel circo Barnum, tra cui un tale che alterna riti pseudo-martinisti con pratiche vudù (con tanto di galline sgozzate); un secondo personaggio che, dopo aver girato tre o quattro Ordini Martinisti, si è “messo in proprio” costituendo un micro-ordine di cinque o sei persone e che ha recentemente dato alle stampe un libro nel quale, oltre che coprire di improperi varie personalità del Martinismo (vive o morte), se la prende con coloro che concedono i Poteri Iniziatici alle Sorelle in quanto [ … ]: “La donna è nemica naturale dell’uomo poiché il suo compito è quello di rubargli lo sperma” (sic!).
[ … ] Un altro pittoresco “colloquiante con la Chose” invece va in giro spacciandosi per vescovo ortodosso con tanto di abito talare! Poi annoveriamo in tale divertente galleria alcuni “Martinisti” convertiti al culto degli UFO, altri “Martinisti” che si rifanno agli antichi culti iranici, ed infine “last but not least” un picaresco “Gran Jerofante de nojantri” che batte la capitale in lungo ed in largo sostenendo di essere il depositario “dell’Ordine Martinista di Ventura” (sic!), quando da tale ordine egli fu invece cacciato a pedate dal successore diretto del Ventura stesso, ovvero il citato Sebastiano Caracciolo![7]

Parole che non possiamo non condividere su personaggi a cui, pur non citando l’autore l’identità, pensiamo di poter dare un nome e un cognome.

Concludo invitando i Fratelli Martinisti e non solo a leggere questo libro che può gettare una Luce pura, forte e viva sulla politica e la società di questa nostra buia epoca materialista. 

Un Quadruplice Fraterno Abbraccio,

Emanuele Balsamo



[1] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 136.
[2] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagine 178 – 179.
[3] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 180 – 181.
[4] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 180.
[5] Louis Claude de Saint-Martin, “Gli illuminati nella società umana”, edizioni Jouvence, 2016, pagina 184. Corsivo mio.
[6] Anche ai giorni nostri ci sono pensatori che mettono in dubbio la validità del metodo elettorale e la sua effettiva democraticità. Le ragioni di tale critica sono, parzialmente, simili a quelle del Saint-Martin. A tal proposito consiglio la lettura di “Contro le elezioni” di David van Reybrouck.
[7] Fr::: Apis, “Louis Claude de Saint-Martin e il Martinismo”, pubblicato come introduzione a “Gli illuminati nella società umana” di Louis Claude de Saint-Martin, edizioni Jouvence, 2016, pagini 100 – 101.

lunedì 5 settembre 2016

LO SPIRITO E LA RAGIONE nell'Opera di Louis-Claude de Saint-Martin

Il Martinismo è, senza dubbio, una delle correnti iniziatiche più profonde e valide dalla Tradizione occidentale. Pur essendo nato, nella sua forma attuale, solamente nel tardo XIX secolo per volontà di Gérard Encausse (meglio conosciuto come Papus) e di Augustin Chaboseau, esso affonda le sue radici nelle Iniziazioni antiche e si ispira alle opere immortali di grandi Iniziati del calibro di Emanuel Svedenborg, Jacob Böhme, Martinez de Pasqually.
La copertina del libro.
È però all’opera e agli insegnamenti di Louis-Claude de Saint-Martin che il Martinismo si ispira in modo particolare, tanto che lo stesso termine “Martinismo” deriva dal suo nome. Saint-Martin, il quale si firmava “Filosofo Incognito” poiché i suoi insegnamenti non venivano da lui, ma dall’alto, ci ha lasciato diverse opere nelle quali, partendo dagli insegnamenti del suo Maestro Martinez de Pasqually e di altri Iniziati, dà vita a un complesso filosofico e spirituale di grande portata. Le sue opere sono ispirate, cariche di misticismo e di una forza notevole, e proprio per questo non sono di semplice comprensione e di facile utilizzo.
A tale scopo ci viene in aiuto il libro “LOSPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, scritto da Sâr Parzival (al secolo Alex lo Vetro, Superiore Incognito Iniziatore e Gran Maestro eletto dell’OrdineMartinista Collegium Fraternitatis) per i tipi della casa editrice Tipheret. Il testo, centosessantaquattro pagine in tutto, è un’agile, ma non per questo superficiale, guida al pensiero del Saint-Martin, ideale come primo approccio a chi voglia addentrarsi nel mondo del Martinismo e della sua filosofia. Vediamo alcuni dei punti trattati.
L’analisi di Sâr Parzival parte da un accenno all’importanza della “Linea Tradizionale” nel mondo iniziatico. Una certa istituzione non si può dire iniziatica se non discende da una linea valida di passaggio dell’Iniziazione stessa, da Iniziatore a Iniziato, secondo le regole proprie dell’Istituzione:

Il grande quesito delle società iniziatiche contemporanee verte sul fatto nodale dell’autenticità tradizionale, ovvero quella linea continua e ininterrotta di trasmissione che fa capo alla tradizione primordiale, l’alba degli uomini di intelletto o addirittura la proto storia, in cui l’uomo era un tutt’uno con il Divino.[1]

Tradizione che passa attraverso gli innumerevoli Ordini e le innumerevoli forme che la storia ha generato, ma che resta, nel suo Principio Trascendente, intatta, e che è l’unico modo di pervenire ai Misteri. In accordo con il Guénon, l’autore pone come necessari affinché l’Iniziazione sia valida tre punti:

[ … ] 1) una struttura Iniziatica, legittima depositaria della tradizione che derivi in modo ininterrotto dalla fonte; 2) un uomo che funga da mezzo di questa struttura, investito ed in possesso dei legittimi poteri Iniziatori, ed infine 3) un candidato iniziabile.[2]

Senza queste caratteristiche l’Iniziazione non porterà frutti e resterà sterile.
In questo solco tradizionale si inserisce anche il Martinismo con la sua specifica dottrina e le sue ritualità. E quale miglior punto, per partire nella sua descrizione, del mito della Creazione? Saint-Martin sposa la narrazione che Martinez de Pasqually fece nel suo celeberrimo “Trattato sulla reintegrazione degli esseri”. In principio Dio emanò degli Spiriti, definiti i “Maggiori” a cui donò la libertà. Ma alcuni di essi disobbedirono, rifiutando di reintegrarsi con l’Uno e prevaricando. Così Dio produsse una nuova emanazione, il “Minore”, ovvero l’Uomo, l’Adamo cosmico (l’Adam Qadmon della tradizione ebraica) che avrebbe dovuto, in virtù dei poteri donatigli, contenere la prevaricazione degli Spiriti disobbedienti. Ma essi lo tentarono e lo spinsero a compiere un atto di ribellione. L’Uomo cercò di emanare egli stesso, quale fosse Dio, delle creature, causando così la sua caduta. Ma tra i primi Spiriti prevaricatori e l’Uomo c’è una differenza fondamentale:

[ … ] gli spiriti prevaricatori o “primogeniti” si ribellarono al Padre senza alcun pentimento, mentre Adamo il “secondogenito”, dopo essersi fatto corrompere dai suoi fratelli maggiori provò un senso di immenso dolore e quindi si pentì dell’azione compiuta, questo suo pentimento però non poté rendergli immediatamente i suoi primi dominii, poiché il processo di caduta fu irrimediabilmente innescato. [ … ]
Gettato nella pastoia del dualismo questo figlio sciagurato, non fu più una cosa unica, ma si divise in due principi opposti, spezzando così il sacro tetragramma in due parti.
Quando Adamo ed Eva furono cacciati dall’Eden per la vergogna della nudità si coprirono di pelli, così ci insegna il mito, ma le pelli di cui stiamo parlando non sono pelli di animali che riparano dal freddo, bensì sono i nostri stessi corpi, quindi i nostri involucri temporali che ci mantengono come in una prigione di carne.[3]

Ma il Creatore non ha abbandonato la sua creatura, e i “minori in privazione”,
Un ritratto di Louis-Claude
de Saint-Martin.
ovvero gli individui di questo mondo, derivanti dalla caduta dell’Uomo, possono lavorare per reintegrarsi nel “Minore” e ristabilire lo stato di gloria originario dell’Adamo Cosmico.
Ma come fare? Il Saint-Martin ci esorta a pregare intensamente, a dedicarci allo Spirito e ad allontanarci dalla materialità. Grazie alla preghiera vera e intensa l’uomo, il “minore in privazione” può riavvicinarsi a Dio, fino a sentirlo al suo fianco, fino a sentirne la “Parola” divenendone portavoce. Non si intende qui la parola profana, quella che l’uomo usa per esprimere i suoi imperfetti concetti nella vita quotidiana:

La Parola di cui si parla non è certo un concetto esprimibile con il linguaggio comune non è nemmeno una parola composta da lettere, al contrario è forza riparatrice, prerogativa esclusiva dell’uomo rigenerato, colui che è assurto mediante il proprio lavoro interiore e la propria opera di redenzione allo status di Uomo-Spirito.[4]

 Si intende insomma quel “Logos”, quel “Verbo” a cui accenna San Giovanni all’inizio del suo Vangelo:

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.[5]

E proprio sul Vangelo di Giovanni, l’autore compie delle interessanti riflessioni. A parer suo (e nel panorama degli autori di testi su temi iniziatici non è l’unico) il quarto Vangelo avrebbe un’impronta gnostica. In effetti i suoi primi versi accennano al concetto del “Logos” che agli gnostici fu ed è caro. Sâr Parzival si spinge però oltre, notando le attinenze tra il testo biblico e il pensiero del Filosofo Incognito:

[ … ] notiamo subito queste parole sono sorprendentemente attinenti al pensiero di Saint-Martin e del suo Maestro Martinez de Pasqually, in quanto sono collegabili al trinomio: Pensiero, Volontà e Azione:

·        In principio era il Verbo = Pensiero-Padre
·        Il Verbo era presso Dio = Volontà-Cristo-Figlio
·        E il Verbo era Dio = Azione-Spirito Santo.

Vediamo che pur essendo l’Unità tripartita, per così dire divisa in tre persone, mantiene il suo carattere di Unità Prima, ma si manifesta nell’uomo e nella natura mediante le sue tre facoltà divine.[6]

Una tripartizione che può essere ricollegata anche all’Albero Sefirotico:

Definirei quindi che il pensiero dell’autore del Vangelo di Giovanni avrebbe forse inteso le prime tre sfere dell’Oz Chim quali:

·        Kether = in principio era il Verbo
·        Chokmah = e il Verbo era presso Dio
·        Binah = e il Verbo era Dio.[7]

Anche l’accenno dell’Evangelista alla Luce che venne nel mondo e non fu accolta è, a parere dell’autore, un rimando alle tesi gnostiche. Questo verso dimostrerebbe come l’Evangelista fosse a conoscenza della prevaricazione e del volontario rifiuto della Legge Divina da parte degli Spiriti ribelli prima e dell’Uomo poi. 
Interessante anche l’accenno a San Giovanni Battista, visto come il tipo dell’uomo di desiderio, colui cioè che comprende, ma che ancora non ha compiuto l’Opera. Il Battista è colui che prepara la venuta di qualcuno più grande di lui, quel Gesù che è il nuovo Adamo:

Gesù detto il Cristo è del tipo di Adamo e di Abele, chi non riconosce il suo crimine è del tipo di Caino che è del tipo degli angeli prevaricatori. Il Cristo visto in maniera universale come Verbo del Padre può farsi carne in ogni uomo, poiché il Cristo è la vera essenza riparatrice che influì sul pentimento di Adamo e deve influire sul nostro.
«E il Verbo si fece carne». Giovanni è l’uomo giusto che rende testimonianza della Verità. Giovanni è l’uomo di desiderio, Gesù è il Nuovo Uomo mentre il Cristo è l’Uomo-Spirito.[8]

Da notare come, in linea con gli autori gnostici, anche qui non si identifichi in modo biunivoco Gesù con il Cristo. Il primo è l’involucro di carne, l’essere umano in cui il secondo, potenza universale ed eterna, è disceso per dare inizio alla nuova epoca e portare la Parola del Riparatore. Quello stesso Cristo, però, può manifestarsi in ogni uomo:

Il Cristo visto in maniera universale come Verbo del Padre può farsi carne in ogni uomo, poiché il Cristo è la vera essenza riparatrice che influì sul pentimento di Adamo e deve influire sul nostro.[9]

Molti altri aspetti trattati nel testo sarebbero degni di nota, ma lo spazio di una recensione non ne dà la possibilità. Lascio quindi al lettore il piacere di scoprire gli altri tesori che Sâr Parzival ha nascosto nel suo pregevole lavoro.

Veniamo ora alle “note dolenti”. Nella lettura del testo ho colto un paio di imprecisioni, cose da poco, che ritengo, però, utile segnalare, sia per il lettore, sia per l’autore stesso che, in un’eventuale nuova edizione, potrebbe trarre spunto da queste mie modestissime considerazioni.
Nel terzo capitolo leggiamo:

Approfondiamo ancora l’argomento analizzando il concetto di Immacolata Concezione, da un punto di vista iniziatico [ … ].[10]

Dopo di che segue una trattazione del concepimento di Gesù e del simbolismo della verginità della Santissima Madre di Dio. È nostra impressione che si sia fatta confusione tra l’”Immacolata Concezione”, che indica l’essere nata senza traccia di peccato originale, e quindi immacolata, di Maria, con il “Concepimento Virginale” che riguarda invece la nascita di Gesù. Una svista che, in ogni caso, non inficia il valore del discorso e l’analisi del simbolismo che l’autore porta avanti.

Necessita invece, a parere mio, una maggior precisazione la questione del Pentagramma Cristico (Iod He Shin Vau He). Tale pentagramma sarebbe, a detta di molti autori, la scrittura ebraica del nome “Jeshua” (Gesù). In tale equivoco cadde, a suo tempo, anche un filosofo di grande calibro e di sicura grandezza come Enrico Cornelio Agrippa. Così dice Arturo Reghini in un’impietosa nota al suo trattato “Enrico Cornelio Agrippa e la sua magia”:

Pico della Mirandola e più specialmente il Reuchlin nel suo De verbo Mirifico avevano cercato di armonizzare la cabala ed il cristianesimo. Reuchlin, seguito da Agrippa, fondava questa sua teoria soprattutto sulla scoperta che la shin, simbolo del fuoco, e quindi dello Spirito Santo posta nel centro delle quattro lettere del tetragrammaton, il nome sacro ebraico, lo trasformava nel nome sacro della nuova rivelazione, il nome di Gesù. È un vero e proprio errore di ortografia ebraica scusabile in Reuchlin ed Agrippa, data la scarsa conoscenza dell’ebraico in quei tempi. Ma esso si è perpetuato con la pertinacia caratteristica degli errori, grazie al Kirker ed a Agrippa, al Khunrath ed al Saint-Martin, al Guaita ed al Papus. Ed esistono, oggi, degli ordini illuministici, gnostici, martinisti…, che pretendono rappresentare la tradizione iniziatica occidentale, cabalistico-cristiana, e che a questo effetto ritengono opportuno basare tutta la loro sapienza sopra quest’errore madornale della shin nel tetragramma. Scherzi dai residui sentimentali.[11] 

Meglio dunque spazzar via ogni dubbio. Il nome “Jeshua” è composto, nella sua grafia ebraica, dalle lettere Iod Shin Vau Ayin. Il pentagramma risulta invece dalla discesa della Shin al centro del Sacro Tetragrammaton che indica l’ineffabile e impronunciabile nome del Padre (Iod He Vau He). La Shin, indicante lo Spirito, discendendo nel centro del Tetragrammaton indica il manifestarsi del Riparatore. Tale simbolismo è ben analizzato dall’autore che ricollega le lettere del Tetragrammaton e del Pentagramma Cristico agli elementi:

Quindi se consideriamo le lettere del Tetragramma attribuendo alla IOD il fuoco elementare, alla HE l’acqua elementare, alla VAV l’aria elementare, all’ultima HE la terra elementare, avremo la combinazione degli elementi che compongono il mondo manifesto, aggiungendo come fattore equilibrante la Shin, ovvero lo Spirito, nel centro avremo la formula “e il Verbo si fece carne”.[12]

Sâr Parzival non cade nell’errore di ritenere il Pentagramma Cristico la grafia ebraica del nome “Jeshua”. Sappiamo, anche per conoscenza personale dell’autore, che egli è ben lontano da una simile ignoranza. Essendo però tale errore estremamente diffuso (perfino tra i Superiori Incogniti!) riteniamo sarebbe meglio precisare la cosa in modo da non lasciare dubbio alcuno. Anche se, va detto, ogni vero ricercatore della Verità dovrebbe fare lo sforzo (nemmeno tanto grave, con i mezzi oggi disponibili) di approfondire i temi senza dar pigramente credito al primo che sente o legge. Tale precisazione sarebbe un favore al lettore, ma non un dovere dell’autore che già ha dato molto in quest’opera.

In conclusione, segnalo la presenza nel libro di alcune interessanti appendici. Tra questa ho ritenuto particolarmente valida la trattazione della figura e del pensiero del Martinez de Pasqually, Maestro del Saint-Martin e filosofo insigne che ancora tanto può dare a coloro che oggi intraprendano la via per la Reintegrazione. Non mi addentro nei particolari, preferendo lasciare al lettore la scoperta del testo. Condivido solamente un breve brano che esprime l’idea dell’autore riguardo la grandezza di questo Iniziato:

La mia opinione personale è che Martinez fu un araldo delle “cose del cielo” che i suoi istruttori siano stati i così detti Capi Segreti o Superiori Incogniti, e che come altri grandi iniziati del tempo passato fu una guida per svegliare l’umanità dall’affanno di ricostruire il Tempio.[13]

Non possiamo che trovarci d’accordo.

Un Quadruplice Fraterno Abbraccio,

Emanuele Balsamo




[1] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 20.
[2] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 21.
[3] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 32.
[4] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 52.
[5] Bibbia di Gerusalemme, Vangelo di Giovanni, capitolo 1, versetto 1, Edizioni Dehoniane Bologna, 2002.
[6] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagine 65 – 66.
[7] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 66.
[8] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 69.
[9] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 69.
[10] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 34.
[11] Arturo Reghini, nota a “Enrico Cornelio Agrippa e la sua magia” dello stesso Reghini, pubblicato come introduzione a “La filosofia occulta o la magia” dell’Agrippa, edizioni Mediterranee, 2011, pagina LXIII.
[12] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 69.
[13] Sâr Parzival, “LO SPIRITO E LA RAGIONE nell’Opera di Louis-Claude de Saint-Martin”, edizioni Tipheret, 2014, pagina 139.